Gennaro Cassese, all’epoca del delitto di Garlasco comandante dei carabinieri di Vigevano, ha ammesso un rammarico sul caso.
Mentre continuano ad essere tantissimi i misteri attorno al delitto di Garlasco e all’omicidio Chiara Poggi, con altri possibili casi collegati o in qualche modo connessi, ecco che Gennaro Cassese, all’epoca della morte della povera Chiara comandante dei carabinieri di Vigevano, ha ammesso un errore da lui commesso che riguarda la famiglia di Alberto Stasi, condannato per l’uccisione della ragazza avvenuta il 13 agosto 2007.

Delitto di Garlasco: l’errore ammesso da Cassese
A quasi vent’anni dalla morte di Chiara Poggi, alcuni elementi emersi nelle fasi iniziali dell’inchiesta tornano al centro dell’attenzione sul caso Garlasco. Tra questi ci sono una bicicletta nera, l’allarme presente nell’officina del negozio della famiglia Stasi e gli accertamenti svolti nel 2007 su Andrea Sempio. A ricostruire quei passaggi è stato Gennaro Cassese, all’epoca comandante dei carabinieri di Vigevano, intervenuto nella puntata del 22 settembre di ‘Verità Nascoste’, condotta da Milo Infante.
Nel corso dell’intervista, Cassese ha ripercorso alcuni momenti dell’attività investigativa, distinguendo gli accertamenti tradizionali dalle verifiche scientifiche affidate ai RIS. Tra gli aspetti sui quali l’ex comandante ha espresso una valutazione precisa c’è il controllo dell’allarme dell’officina collegata al negozio del padre di Stasi.
Cassese ha spiegato di essere venuto a conoscenza solo successivamente, durante una trasmissione televisiva, dell’esistenza di quel sistema di allarme. A quel punto avrebbe contattato il maresciallo Marchetto, chiedendogli di predisporre una relazione di servizio. Proprio la tempistica del controllo è diventata uno dei punti centrali della ricostruzione: secondo Cassese, l’allarme avrebbe dovuto essere verificato immediatamente e non 45 giorni più tardi. “Quell’elemento doveva essere controllato nei tempi dovuti, non 45 giorni dopo“, le sue parole.
L’importanza dell’allarme
All’interno dell’officina era stata infatti notata una bicicletta nera. Infante ha chiesto all’ex comandante perché quel mezzo non fosse stato sequestrato. Cassese ha risposto spiegando che, a suo giudizio, quella bicicletta non corrispondeva a quella descritta dalla Bermani. Ha inoltre ricordato che il controllo era avvenuto dopo 45 giorni e che, per questo, non poteva stabilire se si trattasse dello stesso mezzo osservato in precedenza da Marchetto.
Cassese ha però aggiunto una considerazione legata alla propria esperienza investigativa: “La mia esperienza dice che quella bicicletta, il 13 mattina, andava sequestrata”. Nella sua ricostruzione, dunque, il punto centrale rimane la verifica dell’allarme. Se il sistema fosse stato controllato subito e fosse stata accertata tempestivamente la sua effettiva attivazione, ha spiegato Cassese, anche la presenza della bicicletta avrebbe potuto essere valutata in modo differente.